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Vino, birra e spirits: Irlanda verso l’health warning, ma l’export del whisky vola

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Norma irlandese verso la traduzione in etichetta, nonostante i pareri contrari di Italia, Francia, Spagna e altri sei Paesi Ue. Nel frattempo il whisky di bandiera supera il miliardo di export. I commenti dalla filiera italiana.

La Commissione Europea ha fatto scadere il periodo di moratoria senza opposizioni, nonostante i pareri contrari di Italia, Francia e Spagna e altri sei Paesi Ue. E ora in Irlanda è iniziato il processo per rendere obbligatori gli health warning per vino, birra e liquori.

Arriva quindi l’imposizione in etichetta di avvertenze come “il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati“.

La Commissione Europea non ha infatti presentato opposizioni alla proposta di legge irlandese – nonostante i pareri contrari di Italia, Francia e Spagna e altri sei Paesi Ue – così la norma, dopo la notifica di giugno, viene avvallata dall’organo esecutivo europeo.

Celebrato all’estero, penalizzato in casa

La notizia arriva proprio mentre l’Irish Whiskey Association annuncia un record senza precedenti nell’export del celebre distillato. Per la prima volta infatti, il whisky prodotto nell’isola supera quota 1 miliardo di euro nel valore delle esportazioni, trainato dalla crescita della domanda per i prodotti premium.

Il dato spinge la performance nazionale nell’export di bevande (report Exports Performance and Prospects 2022/2023 elaborato da Bord Bia), che traguarda i 2 miliardi di euro, con una crescita del 22% rispetto al 2021 e del 25% rispetto al periodo pre-pandemia (2019). Se il mercato target principale resta il Nord America (52%), un quinto del prodotto è destinato proprio ai Paesi europei (21%), mentre il 14% al solo Regno Unito.

Uno scenario che deve molto alla forte crescita dei distillati di categoria premium, come il whisky e l’Irish cream liqueur. Tra le categorie che traggono beneficio dalla premiumisation anche il gin di bandiera, che negli ultimi due anni realizza una crescita di 5 milioni ogni 12 mesi.

«La premiumizzazione delle bevande irlandesi è uno dei fattori chiave per la crescita del valore nell’export che, in generale, mostra un ritmo di crescita superiore di due volte rispetto a quello dei volumi – afferma Cormac Healy, direttore di Drinks Ireland – Assitiamo a questo trend sia in Irlanda che nei nostri mercati esteri, in un momento in cui i consumatori scelgono di bere meno ma meglio, scegliendo prodotti di qualità più elevata. In Irlanda il consumo di alcol si è ridotto del 33% negli ultimi 20 anni», conclude.



La preoccupazione della filiera italiana

Non tardano ad arrivare i commenti del settore distillatorio e vitivinicolo italiano, per il quale l’Irlanda è uno dei mercati export.

«Una normativa unilaterale, discriminatoria e sproporzionata», la definisce la presidente di Federvini, Micaela Pallini, che aggiunge: «un sistema che spacca il mercato unico europeo, una modalità discriminatoria perché non distingue tra abuso e consumo e criminalizza prodotti della nostra civiltà mediterranea senza apportare misurabili ed effettivi benefici nella lotta contro il consumo irresponsabile».

E Federvini lancia un appello al Governo italiano perché si attivi quanto prima con ogni azione possibile, per osteggiare una norma che «contrasta con il buon senso e la realtà». L’auspicio è che il tema venga trattato a livello politico in ambito UE, «non da soli ma con i partner europei che hanno già manifestato gravi perplessità su questo tipo di normativa. È necessaria una presa di posizione di fronte al mutismo della Commissione Europea».



Si unisce all’appello al Governo anche AssoDistil, nelle parole del presidente Antonio Emaldi, secondo cui «il nulla osta della Commissione alla normativa irlandese, nonostante il dibattito sull’etichettatura degli alcolici UE ancora in corso e le opposizioni manifestate da Paesi come Francia, Spagna e Italia, mina pericolosamente i principi dibattimentali tra Stati membri che reggono la genesi normativa unionale». Un’iniziativa con cui, secondo il presidente, «non solo non si risolve il problema dell’abuso degli alcolici a monte, ma si rischia di oscurare il contributo positivo che la produzione di distillati, come le nostre acquaviti nazionali, offre a sostenibilità, ambiente ed economia circolare, grazie alla valorizzazione di sottoprodotti della filiera vitivinicola. Chiediamo dunque alle istituzioni – prosegue Emaldidi impegnarsi affinché il settore non venga ingiustificatamente danneggiato».

Esprime preoccupazione sugli effetti per il prodotto premium italiano, Sebastiano Caffo, presidente del Consorzio Nazionale Grappa. «Misure simili rischiano di compromettere la reputazione di prodotti agroalimentari come le Indicazioni Geografiche, le cui qualità sono il risultato di fattori naturali e umani unici e che rappresentano un bene collettivo, legato al patrimonio dei territori di cui sono espressione. Prodotti per loro natura non adatti a un abuso, ma a un consumo più consapevole».

Per Alessandro Marzadro, vicepresidente dell’Istituto Tutela Grappa del Trentino «la questione, come già successo con l’OMS, resta la stessa: non si fa distinzione tra abuso e consumo di prodotto. L’istituto Tutela Grappa del Trentino, con le aziende che rappresenta da anni è impegnato nella comunicazione del bere responsabile, parlando al consumatore in termini di qualità e non quantità dei consumi. Senza contare che sia il vino italiano, come la nostra grappa, rappresentano un elemento storico e culturale che, grazie al forte legame col territorio, oltre a creare occupazione, genera promozione e valore aggiunto».



 


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