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Torna Milano Whisky Festival, intervista doppia con Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci

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Alla vigilia della 17^ edizione della più importante manifestazione italiana dedicata al Whisky, un botta e risposta con gli organizzatori Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci, tra aneddoti, punti di vista, progetti futuri e – soprattutto – ironia.

Solitamente, la 17esima edizione di un evento è accolta sempre con un po’ di italica superstizione dagli organizzatori. La pandemia però ha stravolto anche la cabala e quindi la 17esima edizione del Milano Whisky Festival, la principale manifestazione italiana per gli appassionati del re dei distillati, è in realtà attesissima, come il Natale per i bambini che non vedono l’ora di scartare i regali.

La kermesse, che vede in campo la quasi totalità di marchi, imbottigliatori, selezionatori e collezionisti attivi in Italia, è nata nel 2006 dall’iniziativa di due milanesi, amici per la pelle e anche un po’ per il fegato, Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci. Sotto la loro guida – e grazie all’instancabile attività di degustazione e selezione di barili – il MWF si è trasformato negli anni da conventicola semi-carbonara di appassionati nerd in vero evento social, con quasi 6mila visitatori nel 2019. Poi, appunto, il Covid: un anno di stop nel 2020, l’edizione 2021 in Fiera a Rho e ora, finalmente, il 3-4-5 dicembre il ritorno in centro città, stavolta non al solito Marriot Hotel ma al Palazzo delle Stelline. Che se si parlasse di champagne rientrerebbe sotto la definizione di “location esclusiva e chic”. Ma dato che siamo a Milano, è più appropriato citare Renato Pozzetto e descriverlo come “un posto della Madonna”. Delle Grazie, ovviamente, la chiesa che sta proprio di fronte.

Ad ogni modo, dato che nel whisky il registro dell’ironia è condiviso e l’arma della leggerezza è quella che sta attirando parecchi nuovi consumatori, abbiamo deciso di sfoderarla in un’intervista doppia ad Andrea e Giuseppe.



Da sx, Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci

Cos’è per te il whisky?
G: «Un piacere».
A: «Siamo a Milano, parliamo da milanesi: una libidine».

Quando hai deciso che il whisky sarebbe stata la tua vita e il tuo lavoro?
G: «Quando in pieno Festival nel 2017 abbiamo finito i bicchieri».
A: «Nel 2006, alla prima edizione».

Perché il whisky è il re dei distillati?
G: «Perché dentro ha tutto, tradizione, passione e un intero popolo, quello scozzese».
A: «Perché gli altri semplicemente non reggono il confronto».

Che cos’è per voi la Scozia, e che cos’ha di speciale?
G: «Non è l’Inghilterra…»
A: «È un porto sicuro, popolato da gente simpatica. E che tangenzialmente lavora con whisky eccellenti…»

Un aneddoto dai vostri viaggi in Scozia
G: «Io e Andrea che la sera dell’ultimo dell’anno con la mano sul petto cantiamo l’inno d’Italia davanti a duecento scozzesi a casa di Michael Urquhart, il proprietario di Gordon & MacPhail. Dispiace solo che non ci fosse ancora l’abitudine di filmare tutto col cellulare…»
A: «Risale a quando si poteva ancora portare alcol senza limiti in cabina di aereo. Siamo un gruppetto, al Duty Free compriamo l’impossibile e avremmo comprato di più. Ci incamminiamo verso il check in, ci guardiamo, e improvvisamente uno grida: “Antonio ha una mano libera!”. Siamo tornati al Duty Free a prendere un altro paio di bocce da far tenere in mano ad Antonio…»



Un aneddoto dal Milano Whisky Festival
G: «Un amico ha abbandonato la moglie al ricevimento di nozze per venire al Festival. Le loro stesse nozze, ovviamente».
A: «L’amico Pino che ha fatto quattro giri completi della 90 (l’autobus della circonvallazione di Milano, ndr) prima di trovare l’albergo dove dormiva».

Perché Milano è diventata la capitale italiana del whisky?
G: «Perché ci siamo noi! (ride). A parte gli scherzi, perché intorno al MWF è nato e si è sviluppato un movimento di appassionati, alcuni dei quali poi ne hanno a loro volta fatto un lavoro».
A: «Perché la tradizione della Milano da bere non si ferma all’aperitivo».

Il primo whisky che hai bevuto
G: «Il primo in assoluto non lo ricordo, ma il Glenlivet 18 anni è quello che per la prima volta mi si è fissato nella memoria sensoriale».
A: «Credo fosse un VAT69, oppure un Ballantine’s…»

E cos’hai pensato quando l’hai bevuto?
G: «Me lo ricordavo diverso…»
A: «Fa ben c*are…»

La tua distilleria preferita
G: «Ardbeg, per i bei ricordi».
A: «Highland Park, perché ho bevuto tanto di quell’Highland Park 12 anni che mi ci sono affezionato».

Una distilleria che non sopporti
G: «Laphroaig, sono proprio antipatici…»
A: «Blackwood, una distilleria delle Shetland… Fondata vent’anni fa, ma che non ha mai aperto: non sopporto le distillerie che non aprono, è più forte di me».

Una distilleria sottovalutata
G: «Tamdhu, gli invecchiamenti in sherry sono spettacolari».
A: «Due dello Speyside: Balvenie e Glenburgie».

Una distilleria sopravvalutata
G: «La Macallan di oggi. Quella del passato era un’altra cosa…»
A: «Ardbeg».

La distilleria più bella da visitare
G: «Springbank a Campbeltown e Bruichladdich su Islay, ancora saldamente ancorate alla tradizione. Sembra di entrare in uno Stargate, vedi come si faceva il whisky a inizio Novecento».
A: «Strathisla con i suoi tetti a pagoda. E Dallas Dhu».



I tre whisky più buoni che hai mai bevuto
G: «Solo due, che vincono per distacco: Bowmore vintage 1965 e Bowmore Bicentenary».
A: «(scuote le mani e la testa sconsolato)… Highland Park 35 anni, Glenlivet 1971 di Berry Bros e il Bowmore 1965 che ha citato lui».

Quello che ti ha deluso di più
A&G all’unisono: «Laphroaig 40 anni. Lo abbiamo assaggiato anni fa a Francoforte, con aspettative altissime: non sapeva quasi di niente, era ai limiti dell’imbevibilità».

La bottiglia a cui sei più affezionato
G: «La prima edizione del Balvenie Rose».
A: «Dallas Dhu Centenary».

Negli anni avete lanciato un centinaio di vostri imbottigliamenti: qual è il barile di cui sei più orgoglioso?
A&G: «Banale, ma il primo che abbiamo fatto con l’etichetta “Collecting whisky”, anche perché era un Brora 20 anni».

Quello che rimpiangi di non aver fatto?
A: «Highland Park 18 anni in sherry Oloroso. Lo abbiamo comprato, solo che è finito tutto sull’autostrada, sfasciato in un incidente durante il trasporto».
G: (ancora un po’ in lutto, annuisce)

Una qualità che deve avere un imbottigliatore indipendente. E il difetto che deve evitare
G: «Deve costruirsi un proprio stile. E non deve rincorrere il gusto generale, il mercato».
A: «Deve assaggiare tanto. E non può crogiolarsi sugli imbottigliamenti fortunati passati».

La qualità che cerchi nel whisky
G: «Deve farsi respirare, regalare sensazioni».
A: «L’equilibrio olfattivo».

Il difetto che non deve esserci nel whisky
G: «Le spiacevolezze, come l’eccesso di alcol».
A: «La torba invasiva o i sentori erbacei troppo sparati».

A proposito: gli italiani adorano la torba. Per te cos’è?
G: «Un colpo di culo degli scozzesi».
A: «Una cosa che raramente ho voglia di sentire nel mio bicchiere».

Il tuo maestro nel mondo del whisky italiano
G: «Dipende cosa intendiamo. Per quanto riguarda l’organizzazione del Festival, i nostri modelli sono stati esteri, soprattutto i Festival tedeschi. Se invece parliamo dell’avvicinamento al whisky, io sono stato abbastanza autodidatta. Comunque la persona che mi ha insegnato di più, dopo Andrea, è stato Giorgio D’Ambrosio».
A: «Anche io dico Giorgio, anche se quando lo chiami “maestro” si arrabbia. Per anni ho avuto l’ufficio vicino al suo Bar Metro, il tempio delle bottiglie rare, e di cose me ne ha fatte assaggiare parecchie».



A proposito di Giorgio D’Ambrosio: perché gli italiani sono considerati i numeri uno del single malt?
G: «Non lo sono. C’è una tradizione importante, ma per esempio i tedeschi stanno facendo grandissime cose».
A: «Beh, in realtà lo siamo: in pochi in proporzione consumano tanto single malt quanto noi. Sicuramente perché i primi imbottigliatori indipendenti non scozzesi sono stati proprio gli italiani, che nei decenni hanno portato avanti commercialmente l’idea e i marchi, creando un mercato».

Un problema del mercato italiano del whisky
G: «Si beve poco».
A: «Vero, si beve poco. Però si beve bene dai…»
G: «Ma cosa?! Se vai al festival di Limburg ci sono imbottigliamenti straordinari che finiscono sold out a prezzi altissimi. Qui rimarrebbero chiusi perché nessuno sarebbe disposto a spendere tanto per un whisky».

Eppure siamo in pieno boom degli imbottigliatori indipendenti italiani. Che ne pensi?
G: «Segno che il business funziona. Poi il tempo fa selezione naturale».
A: «Da Ferrari a Morisco, chiamarsi Andrea aiuta».

Che ne pensi del whisky made in Italy?
G: «Ofelè fa el to mestè…»
A: «Cito Simone Inzaghi: “Spiaze…”»

Dove sta andando il whisky oggi?
G: «Verso la semplicità. Quasi tutte le distillerie ormai producono diverse referenze più facili e fruibili per il grande pubblico».
A: «Speriamo che in India non tolgano mai i dazi, altrimenti se lo bevono tutto… Se si spalanca anche il loro mercato, che in assoluto consuma più whisky, sono guai grossi».

Il whisky sta diventando una roba da ricchi?
G: «No, ma resta una roba da intenditori. Ci sono bottiglie da migliaia di euro, ma pensa al vino: una bottiglia da 20 euro ti dura una sera, una bottiglia di whisky da 60 o 70 euro ti dura molto di più. Forse due sere… (ride)»
A: «No, perché si riescono a fare whisky giovani molto buoni».

I whisky prodotti in giro per il mondo sono sempre più numerosi. Su quale Paese punti?
G: «Nessuno, meglio che lascino perdere».
A: «Un po’ scontato, ma sull’Irlanda».
G: «Eh va beh, facile così…»

Quali saranno gli invecchiamenti più di moda in futuro?
G: «I cosiddetti STR, “shaved, toasted and re-charred”, come il Kilchoman che abbiamo imbottigliato proprio per questa edizione».
A: «Gli affinamenti in Virgin oak, la quercia nuova».

Cosa sono per te i blended Scotch?
G: «Un male necessario. I blended che utilizzano anche distillato di grano sono oltre il 90% del consumo mondiale di whisky, senza i blended non esisterebbero i single malt. Caol Ila, tanto per intenderci, chiuderebbe. I blended sono gli incassi».
A: «Sono ottimi per sfumare il rognone…»



Cosa sono per te i blended malt?
G: «Un mondo da scoprire».
A: «Una bella sorpresa».

Cosa sono per te i single cask?
G: «L’unicità».
A:«Ce ne sono troppi in giro…»

Cos’è per te il bourbon americano?
G: «Un pasticcio, in pieno stile USA. Gli americani sono dei pasticcioni…»
A: «Rispondo alla scozzese: è ottimo per preparare i barili in cui poi mettere a invecchiare lo Scotch».

Cos’è per te il collezionismo?
G: «Feticismo e piacere del possesso. Solo che mi immalinconisce: le mie bottiglie le berranno i miei nipoti con la Coca Cola. Sempre che non le mettano su eBay…»
A: «Una malattia, che però fa molto bene al whisky in generale».

Il single malt in mixology
G: «Un mezzo flop»
A: «Una forzatura»

Però, se proprio devi, che drink ti prepari a base whisky?
G: «Un Old Fashioned. Ma non con il single malt, eh!»
A: «Un Rob Roy».

Acqua sì o acqua no, nel whisky?
G: «Se ti piace, sì. Proprio come il ghiaccio».
A: «A volte ci sta».

Gradazione piena o ridotta?
G: «Grado pieno, perché puoi sempre modularlo tu aggiungendo acqua».
A: «I miei numeri magici sono 48 e 52. Fra 46% e 52% è il grado perfetto».

Un consiglio per degustare al meglio
G: «Assaggiare alla mattina. Alla mattina i cereali fanno bene…»
A: «Fare attenzione alla diluizione: è un’operazione irreversibile».
G: «La dice sempre, questa…»
A: «Sì, ma è vera: prova a togliere l’acqua se ne metti troppa!»

La situazione preferita in cui ti godi un dram
G: «Con gli amici».
A: «In giardino con gli amici».
G: «In giardino? Ma dove?»

Il posto migliore di Milano in cui bere whisky
G&A: «Il Mulligan’s pub di Beppe Bertoni»

Meglio i whisky di una volta o quelli di oggi?
G: «Quelli di oggi. Che tra vent’anni saranno quelli di una volta».
A: «L’è istès, se l’è bùn».



Whisky e donne
G: «Come connubio o come abbinamento? A parte gli scherzi, il pubblico femminile si è finalmente emancipato dagli stereotipi: una donna che degusta superalcolici fortunatamente non è più tabù. Detto questo, è ancora molto difficile conquistare il palato femminile, soprattutto in Italia. Di sicuro è un mercato che vale la pena di esplorare».
A: «Mah, a me sembra che siano ancora due cose che non vanno d’accordo fra loro».

Whisky e giovani
G: «Gli under 30 sono in costante crescita come visitatori al Festival e anche come consumatori. Hanno un approccio spensierato e ludico, fanno bene al movimento».
A: «Sì, ma bisogna insegnare loro a bere bene. E a scegliere altrettanto bene».

Le degustazioni su Zoom
G: «Ormai è difficile farle».
A: «Sono state bellissime, durante la pandemia c’è stata una specie di deregulation che le ha consentite. Ma oggi come oggi la legge le vieta. Quindi addio Zoom».

Cos’ha cambiato il Covid?
G: «La percezione delle cose, ha azzerato le certezze, rimescolato le carte. Bisogna ripartire da zero: la gente avrà ancora voglia di venire al Festival? Di accalcarsi? Di passarsi il bicchiere?»
A: «Ha cambiato la socializzazione, ragion per cui questo sarà praticamente il Milano Whisky Festival n.1 della nuova era. E ha permesso a tanti di scoprire whisky nuovi».

Che cos’è il Milano Whisky Festival?
G: «Per me uno stress, non me lo godo mai. Però se ti piace il whisky non puoi non esserci».
A: «I tre giorni dell’anno in cui sono astemio. Scherzi a parte, è un momento unico per gli appassionati».

Perché bisogna esserci assolutamente?
G: «Abbiamo un paio d’ore per elencare tutti i motivi? Puoi evitare l’Ikea con la moglie, il pranzo con la suocera, perfino trovare l’anima gemella, è successo davvero. E se anche non ti piace il whisky, devi venire per scoprire che in realtà qualcosa che ti piace, di cui non sospettavi nemmeno l’esistenza, esiste».
A: «Perché se non vieni poi non puoi dire che ti piace il whisky. O peggio ancora dire che sei un esperto…»



Un visitatore del Festival che ti è rimasto impresso
G: «Una coppia di Singapore che è già stata da noi gli scorsi anni: da qualche giorno è arrivata in Italia e sta girando il Sud per risalire fino a Milano, per venire al Festival».
A: «Il mitologico tedesco con lo zainetto, presente alla prima edizione, che una volta ci venne incontro alla Fiera di Limburg chiedendoci in lacrime di spostare la data del Festival: la moglie gli aveva regalato una vacanza a Sharm El Sheikh proprio in quel weekend…»

Qual è stato il complimento migliore che vi hanno mai fatto?
G: «Un complimento involontario. A volte abbiamo imbottigliato con l’etichetta “The Way of Spirits”. Questo ragazzo non lo sapeva, si avvicina a noi con in mano una bottiglia di Bowmore 8 anni e dice: “Oh, certo che i ragazzi di Way of Spirits non sbagliano un colpo eh”».
A: «Quello che ci ha detto un rappresentante di Bowmore: “Questo non è un festival, è il salotto del whisky”».

Tre cose belle al Festival 2022
G: «Tante distillerie nuove, il lunedì dedicato agli operatori e il Cenacolo di Leonardo a due passi, dove per tre giorni anche gli Apostoli pasteggeranno a whisky nell’Ultima cena».
A: «La location, le masterclass tra cui quella di Lost Dram, con il ricavato devoluto in beneficienza, e i cocktail».

Cosa farete in futuro?
G: «Imbottiglieremo un Daftmill (nuova, esclusiva e ricercatissima distilleria delle Lowlands, ndr) in sherry».
A: «Nel 2023 organizzeremo un Whisky Day per i veri appassionati».

Chiudiamo sulla vostra amicizia. Una qualità e un difetto dell’altro
G: «È riflessivo, ma brontola sempre».
A: «È sempre sul pezzo, ma non è ancora diventato diplomatico».

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Classe 1982, è cresciuto a Cremona ma a Milano è nato, si è laureato, vive e lavora come giornalista: in sostanza, è fieramente milanese fin nel midollo. Proprio come il risotto. Quando non si occupa di cose più serie ma più noiose, scrive di distillati: ha collaborato con scotchwhisky.com, fa parte della squadra di whiskyfacile.com e tiene la rubrica settimanale “Gente di Spirito” sul Giornale, di cui è vicedirettore dal 2017. Forse in gioventù ha letto troppo, e così si è convinto che solo gli alambicchi non mentano mai e che da lì esca la vera anima degli esseri umani.