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Domenis 1898: “che in futuro si lavori per la Grappa, non per le singole etichette”

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Alla vigilia dei 125 anni dell’azienda, l’Amministratore Alain Rubeli racconta visioni e progetti di una delle distillerie storiche d’Italia

Una storia ultracentenaria quella che ha accompagnato fino ai giorni nostri una delle aziende simbolo del distillato di qualità in Italia. Domenis 1898 è una realtà che ha saputo nel tempo affermarsi sempre più, leggendo e interpretando attentamente i mercati, le esigenze e i bisogni di un settore che ha spesso cambiato flusso, importanza e percezione da parte del consumatore.

Un mondo, quello della distillazione, che non affianca ma che è protagonista fra i principali prodotti enogastronomici di cui il nostro Paese può dichiarare vanto, e che spesso non ha trovato la giusta collocazione, nonostante l’alta e determinante qualità e tradizione produttiva. Ma il vento del cambiamento sta iniziando a soffiare e se questo avviene è proprio grazie ad aziende come Domenis, che dal 1898 da Cividale del Friuli, sui colli orientali, con i piedi ben saldi sul territorio guarda lontano, cercando di rendere sempre attuale il mondo di Grappa e distillati.

Una produzione sempre più ampia e attenta che negli anni ha saputo abbracciare, sempre con taglio strettamente artigianale, stili e tendenze del bere bene, toccando temi di sostenibilità, e cercando quelle nicchie produttive, etiche e biologiche che gli hanno spesso permesso di anticipare il mercato.

Abbiamo chiesto ad Alain Rubeli – amministratore unico di Domenis 1898 – alla vigilia dei 125 anni che l’azienda compirà nel 2023, una fotografia netta e chiara sul mondo della distillazione oggi, su ciò che è la loro idea e su quali saranno i trend del futuro.



Oltre 120 anni di storia per Domenis. Quale è stato ed è il tratto distintivo della vostra distilleria, quello che vi ha caratterizzati e distinti in questo lungo tempo?
«Domenis 1898 è una realtà artigianale. Le nostre radici, qui in Friuli dove si dice che la Grappa, nostro principale prodotto, sia nata – anche se in tutta onestà poco importano le sue origini – sono ben radicate. Se riportiamo la nostra storia su una linea temporale, si può osservare come ogni epoca sia stata sempre caratterizzata da un momento di innovazione. Quelle radici che saldamente sono ancorate al territorio e alle sue tradizioni hanno saputo dare vita a una pianta che si è sempre più fortificata e ingrandita, permettendosi una vista sempre più alta, ampia e lontana. Questo è sempre stato il nostro carattere distintivo, il saper vedere lontano, anticipando spesso il mercato, e la nostra produzione che negli anni si è sempre più ampliata e differenziata è stata il risultato di quelle visioni. Produzione che ha saputo rispondere ad esigenze e stili sempre diversi in ogni momento storico».

Sono stati anni molto complessi quelli appena passati. In che modo l’azienda ha saputo affrontare le avversità date dalla pandemia?
«In tutta onestà, durante il periodo pandemico la nostra azienda ha lavorato bene. Ci sono ovviamente state delle difficoltà a livello di fatturato, difficoltà che sono già state ampiamente superate. Paradossalmente, il periodo difficile invece è quello che stiamo vivendo. Se già sul finire dello scorso anno gli importati aumenti dei costi, le incertezze in merito alle effettive disponibilità delle materie prime, del vetro e degli imballaggi e la conseguente difficoltà di programmazione, hanno avuto forti ripercussioni sui già ridotti margini di guadagno, la crisi Russo-Ucraina, oltre ad esacerbare queste difficoltà, ha aggiunto un ingrediente letale per i consumatori: l’incertezza. Stiamo vivendo un momento storico in cui si sono sovrapposte tipologie di crisi diverse, creando forti arresti o ritardi produttivi. C’è la crisi dell’energia, quella del vetro, della carta e delle tipografie, è in atto un forte cambio climatico sempre più determinante e le difficoltà che il settore ho.re.ca – nostro principale mercato – ha dovuto affrontare e tuttora affronta rallenta inevitabilmente anche la parte commerciale. È una catena produttiva che rallenta e porta criticità diffuse, perché bisogna ricordare che la grappa è un prodotto vivo che dipende da ciò che succede in vigna durante tutto l’arco dell’anno. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che i tempi di programmazione di un prodotto si calcolano in termini di anni, risulta chiaro quali siano le difficoltà che si possono incontrare».



Qual è il ruolo della Grappa nella gastronomia contemporanea?
«Talvolta ci dimentichiamo che la Grappa ha un ruolo veramente importante, profondamente legato al territorio e alle tradizioni gastronomiche del nostro paese. Sono produzioni che riescono ad essere il perfetto connubio fra natura e mano dell’uomo, motivo per il quale questo legame sarà sempre il nodo centrale della sua comunicazione e consumazione. Purtroppo la Grappa – e i distillati in generale – incontrano spesso difficoltà e preconcetti nell’essere consumati a causa di una mancanza di conoscenza e informazione. Ugualmente incide lo stereotipo del consumo. Determinante è dunque la comunicazione, l’educazione del consumatore, che può aprire le porte a nuovi consumatori dando al prodotto il giusto posto fra le eccellenze del nostro paese».

Per rendere sempre più attuale e più comune il consumo e la degustazione dei distillati, quali strategie attua Domenis 1898?
«Già da tempo abbiamo notato che un canale strategico per la comunicazione e la consumazione dei prodotti che produciamo è quello della mixology. Attraverso il mondo e il culto del bere miscelato si può arrivare al consumatore finale e coinvolgerlo nella curiosità e nella successiva consumazione dei distillati, fra i quali la Grappa. Non è una novità, lo sappiamo bene, ma se c’è una cosa che sicuramente nell’ultimo periodo è cambiata è il modo in cui la Grappa viene interpretata dai bartender nelle loro creazioni. Se in un primo momento la mixology base grappa tendeva a sfruttare solo la parte alcolica del prodotto, cercando di mascherarne maldestramente le caratteristiche organolettiche, oggi le cose sono nettamente cambiate. I professionisti del settore adesso riescono ad esaltarne ogni caratteristica non andando a nascondere le parti aromatiche, bensì facendo leva su di esse. Da qui si evince come per noi informare i professionisti di questo settore sia veramente strategico».

Quali altri interventi mirati avete attuato negli ultimi anni?
«Da molto tempo abbiamo capito che ampliare il nostro portafoglio con prodotti di qualità sarebbe stato strategico ed è per questo che abbiamo iniziato la produzione anche di amari, bitter, vermouth. E questo senza che vi sia un cambio di rotta che possa distaccarci dal nostro prodotto principe. Altro aspetto molto importante, che sicuramente la mixology aiuta a sviluppare, è la conquista dei nuovi apprezzatori del distillato italiano per eccellenza. Questo è davvero fondamentale, perché nel processo dell’informazione, conquistare quelli che saranno i clienti del domani creando consapevolezza e, perché no, una sana cultura del bere bene in questa categoria di consumatori, è essenziale».



Abbinamento cibo e distillato. Funziona?
«Assolutamente. Il distillato è un prodotto gastronomico e dunque ha la capacità di soddisfare il consumo sia da solo che accompagnando il cibo. Si tratta semplicemente di abbattere gli stereotipi. Attenzione però. Non si tratta di azzardare o fare cose fuori dal comune, ma semplicemente di studiare la versatilità di un prodotto. Sono state diverse per noi di Domenis 1898 le occasioni in cui abbiamo fatto provare a cuochi i nostri prodotti per creare i loro piatti e i risultati sono spesso sorprendenti.».

Che augurio fa al settore per il prossimo futuro?
«Nessuno. Non faccio un augurio, come Domenis 1898, vorremmo però che i tanti distillatori si unissero in una rete e che si facessero ambasciatori non solo della propria realtà, ma del distillato italiano per eccellenza, della sua storia e del suo futuro e sarebbe bello se proprio questo fosse il trend del futuro. Non mi spaventa la concorrenza, noi sappiamo cosa facciamo e come lo sappiamo fare. Abbiamo però la volontà di fare parte di una squadra che gioca per creare un valore diffuso. Solo in quel modo si raggiungerà realmente una riqualificazione dei distillati e dell’arte della distillazione nel nostro Paese».