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Di dram e di botti, racconto della Como Whisky Week

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Prima parte del reportage dall’evento comasco di Whisky Club Italia, tra marchi di nicchia, grandi conferme, tendenze e aneddoti, assieme ad alcuni dei personaggi simbolo del distillato nel Belpaese

«Quando si aprono le bottiglie buone, si aprono anche le nuvole». A fine serata, Claudio Riva – deus ex machina di Whisky Club Italia e organizzatore della Como Whisky Week – la mette sulla meteorologia. Il tasso di credibilità climatica è basso, va detto. Inversamente proporzionale alla competenza infinita sul whisky, la sua gente e i suoi riti. La giornata a Villa Geno è appena finita, i mille visitatori e i tantissimi addetti del settore che hanno partecipato sono sopravvissuti alla pioggia battente che si è scatenata sul lago e alla marea di distillato nei bicchieri. Come naufraghi felici, si salutano, si danno appuntamento al Milano Whisky Festival di inizio dicembre e tirano le somme.

Un dram in ogni città

Il concetto aristotelico di Whisky Week è stato coniato nel 2021 da Claudio e Davide Terziotti, che con il loro Club dal 2014 portano il verbo del single malt in giro per la penisola. Tanti i clan aperti nelle varie città italiane, per un totale di 19mila membri. E proprio per continuare il proselitismo ad alta gradazione i due si sono inventati questo format, che coinvolge a suon di drink list a base whisky i bar e i locali di provincia e culmina con una giornata di degustazioni. In una scena di appassionati che oltre a Milano – e da poco Roma – non conta tanti altri centri aggregatori, è un’iniziativa intelligente. Che infatti ha avuto un’ottima risposta l’anno scorso a Como e Treviso. Ed è quindi stata saggiamente riproposta, di nuovo sul Lario.



Giovani e donne in crescita

Ora, vuole la grammatica del reportage che sempre si enumerino le cifre della manifestazione, che di per sé di solito dicono poco o niente. Togliamoci il dente: un migliaio i visitatori, 60 gli importatori/marchi presenti, 49 i banchetti, 10 le masterclass, circa 400 i whisky in mescita. Chi ci crede, può giocarli sulla ruota di Como, se riesce a convincere Lottomatica ad aggiungerla. Al di là dei numeretti, quel che vale la pena raccontare è l’atmosfera, l’entusiasmo del pubblico. Prima della pandemia, il Milano Whisky Festival – l’evento più longevo in Italia, giunto quest’anno alla 17esima edizione – aveva fatto segnare un’affluenza record di quasi 6mila spettatori. Domenica, tre anni dopo, la sensazione è che il single malt continui ad affascinare e attirare una platea variegata. Con un’età media di 30-35 anni e il 40% di partecipazione femminile, la tendenza a uno “svecchiamento” del pubblico è confermata. E questo nonostante le enormi difficoltà.



Prezzi e ritardi

Perché al di là del successo di pubblico e di interesse dei produttori, il mondo del whisky sta affrontando problemi comuni agli altri settori, con la burocrazia legata alla Brexit e i rincari dell’energia e delle materie prime a rendere sempre più costose le bottiglie. Perciò, mentre si versano i dram e si spiegano le caratteristiche organolettiche di uno Scotch torbato o di un bourbon americano, qui e là si parla anche di dove sta andando il whisky, tra barili sempre più difficili da reperire e consegne sempre più in ritardo. Fabio Ermoli, che con Lost Dram Selection è un selezionatore e importatore di lungo corso, ha notato che il pubblico è in continua evoluzione: «Più gente nuova si avvicina a questo distillato, più cambiano le abitudini di consumo – osserva – c’è sempre meno acquisto per puro collezionismo, come in Italia accadeva in passato, e molta più curiosità per brand nuovi, che offrono prodotti percepiti come più particolari». Distillerie come GlenAllachie, Arran (con il suo nuovo torbato Lagg) e Kingsbarn sono esempi. Ma ci sono anche cose ancor più particolari.



Indipendenti e outsider

Già, perché il fiorire di marchi di nicchia non è una novità, sia chiaro. Ma fino a pochi anni fa le etichette meno commerciali non andavano incontro al successo di massa. Adorate dai connoisseurs, erano snobbate o guardate con sospetto dal cosiddetto “consumatore comune” (che sgradevole definizione). Invece, basta un’occhiata veloce ai banchetti qui a Como per capire che non è più così: le selezioni di single cask di Valinch&Mallet, Wilson&Morgan e Morisco Spirits, tutti e tre imbottigliatori fieramente italiani, le chicche di Adelphi e Chorlton con le sue etichette medievali, Càrn Mòr… Marchi che chi non frequenta assiduamente il mondo del malto magari non avrà mai sentito, ma che hanno abituato il pubblico a prodotti unici, con stili precisi e inimitabili, spesso a gradazione piena. E che a forza di qualità e passaparola hanno convinto anche chi al whisky si è affacciato da poco. D’altronde chi beve da poco champagne lo capisce subito se un piccolo produttore fa cose più buone di Veuve Clicquot…



Un mondo oltre i marchi noti

Accanto alle etichette indipendenti, grande è stata l’attenzione anche per i whisky non provenienti dalla Scozia. Finito il tempo degli steccati, la curiosità batte sempre la ritrosia. E l’apertura è decisamente percepita anche da Jacopo Grosser, ad di Beija Flor e blogger di Whisky Facile, primo sito italiano di recensioni: «In virtù di questo nuovo approccio, sono convinto che sempre di più cresceranno i consumi dei whisky dal mondo, mentre lo Scotch rimarrà sempre più “il whisky” per antonomasia, più elitario e mitologico». Stucchevole fare elenchi, ma qui e là abbiamo curiosato e trovato cose eccezionali da ogni continente, dagli inglesi Filey Bay e Bimber all’indiano Paul John, dal (nuovo) giapponese Hatozaki all’americano Heaven’s Door, il whiskey di Bob Dylan.

D’altronde, la tendenza segue le decisioni produttive. Nell’ultimo decennio le distillerie di whisky sono letteralmente esplose: in Irlanda si è passati da quattro a quasi cinquanta, in Scozia ne sono state inaugurate a decine e si è deciso addirittura di riportare in vita vecchie distillerie fantasma chiuse dagli anni ’80 come Rosebank e Port Ellen. Altrettanto, distillerie di livello hanno aperto in Israele (Milk & Honey: da segnalare l’imbottigliamento Apex Dead Sea), Svezia (Mackmyra e Smögen), Francia (Rozelieurs, Armorik, Rounagle), Olanda (Millstone), Italia (Puni). Si potrebbe continuare fino a Taiwan, India, Sud Africa, Nuova Zelanda… «Da una parte non ci sono mai state nella storia recente così tante distillerie – spiega Alessandro Coggi, appassionato e grande conoscitore del whisky, soprattutto giapponese – dall’altra, mai c’era stata una tale ossessione per alcuni marchi». Uno “strabismo” evidente: se il consumatore comune che di fronte all’inflazione cerca produttori meno conosciuti per esperienze degustative originali e magari più abbordabili, il consumatore-speculatore compra a qualsiasi prezzo qualsiasi imbottigliamento di alcuni brand-feticcio, da Macallan e Springbank in giù.



La ricerca della “firma”

In mezzo, c’è spazio per la fantasia e la competenza. Ed è qui che la scuola degli imbottigliatori indipendenti italiani si dimostra superiore a qualsiasi altra. A metà pomeriggio, al banchetto del Mulligan’s pub di Beppe Bertoni, uno dei gotha dei whiskofili milanesi, si stappa: Giorgio D’Ambrosio, uno dei maestri che negli anni ’70 “scoprì” e rilanciò il single malt, imbottigliando barili considerati inarrivabili per qualità in un momento in cui il mondo beveva blended, apre un commovente Glenlivet-Macallan del 1938, l’anno della sua classe. Tutti gli altri, qui, discendono da lui. E con lo stesso gusto cercano ognuno la propria strada verso il cuore e il palato del pubblico. C’è chi gioca con botti di sherry rarissime, chi batte le vie degli affinamenti inusuali, chi addirittura crea nuovi assemblaggi di whiskey americani, come Marco Maltagliati di Dream, l’ideatore di un curioso Creative Blend. Il quale a fine serata fa una previsione da prendere e mettere via: «Le nuove linee aromatiche dei prossimi anni? Le darà l’Irish whiskey».



Le anteprime

Si potrebbe andare avanti per ore. E a dire il vero lo abbiamo fatto: da Danilo Lo Cacciato, uomo del colosso Diageo, abbiamo avuto qualche dritta sulle nuove attesissime Special Releases annuali di Talisker, Lagavulin e Oban: c’è attesa soprattutto per un Mortlach… Con lo staff di LVMH abbiamo discusso dell’eccellenza di Glenmorangie nella sua nuova edizione Vintage 1998 e dell’originalità di A tale of the forest, prodotto con orzo essiccato con fumo di botaniche silvestri. Ma abbiamo anche confrontato un clamoroso single cask di Ardbeg in botti di sherry Manzanilla con alcuni imbottigliamenti limitati recenti così così, facendoci raccontare come sarà il nuovo Hypernova, il più torbato della storia della distilleria. Con Giacomo Bombana di Velier abbiamo chiacchierato di come sempre più l’uso di botti di vino – come per il nuovo Balvenie Red Rose – siano utilizzate per creare profili aromatici nuovi. E con Walter Gosso di Rinaldi 1957 siamo finiti, a bordo di un motoscafo, a raccontare il ruolo insostituibile degli artigiani che, in Scozia, in silenzio assemblano materialmente le botti.



Si è fatto tardi, non piove più e delle meraviglie liquide assaggiate non abbiamo ancora parlato. Ci sarà modo di fare una piccolo greatest hits delle cose più buone, irriverenti, eccezionali, matte e disperatissime in cui abbiamo gioiosamente annegato questa domenica ottobrina. Le luci si spengono, i sigari si spengono, l’ultima parola spetta a Claudio Riva: «Il whisky si conferma magico: il pubblico si rinnova, le nuove generazioni si avvicinano al distillato, la qualità media dei prodotti è in costante ascesa e le bottiglie di peso si vendono. Ci sono tutte le premesse perché la prossima Whisky Week, in primavera a Firenze, vada alla grande». D’altronde, se si aprono le bottiglie buone e si aprono le nuvole, logico che si aprano anche i portafogli.


Presto la seconda parte del reportage, con una selezione dei migliori assaggi dalla manifestazione